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4 agosto 1974 – Italicus, la strage che voleva “seppellire la democrazia sotto una montagna di morti”

 

Italicus

 

 

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4 agosto 1974 – Italicus, la strage che voleva “seppellire la democrazia sotto una montagna di morti”

La notte tra il 3 e il 4 agosto 1974, all’uscita della galleria Direttissima, un ordigno ad alto potenziale esplose a bordo del treno Italicus squarciando la fiancata del convoglio. Tra queste le dodici vittime dell’attentato anche Silver Sirotti, un giovane controllore che si lanciò tra le fiamme per salvare i passeggeri. Dopo tanti anni la strage è ancora impunita.

Avrebbe potuto essere una strage spaventosa, uno dei più apocalittici massacri che una mente criminale abbia mai ordito: la bomba era disposta su un treno che correva in una notte afosa d’agosto trasportando quasi mille persone; come camera di scoppio era stata scelta la galleria dell’Appennino, che con i suoi diciotto chilometri e mezzo avrebbe moltiplicato e ingigantito gli effetti dell’esplosione; (…) Invece, per fortuna, il treno, come spesso accade d’estate, è in ritardo, e alle 1,23, quando avviene lo scoppio, la quinta vettura – una carrozza delle ferrovie tedesche su cui era stato sistemato l’ordigno – si trova a soli cinquanta metri dall’uscita della galleria. Così, grazie alla forza d’inerzia il treno riesce a raggiungere la stazioncina di San Benedetto Val di Sambro con una sola carrozza in fiamme. Ma quei cinquanta metri sono cinquanta metri d’inferno: dodici persone rimangono carbonizzate passando in un attimo dal sonno alla morte, decine rimangono ferite, altre ancora in preda al terrore, si gettano dai finestrini e si trascinano sanguinanti sui bordi della massicciata. (…) Il capostazione di San Benedetto dà l’allarme, accorrono altri ferrovieri svegliati dal boato, vengono organizzati i primi soccorsi alla luce sinistra dell’incendio e delle lunghe scintille azzurre provocate dalla caduta della linea ad alta tensione. I feriti più gravi vengono inviati a Bologna a tempo di record: alcuni di loro, se sopravviveranno, rimarranno ciechi per sempre; altri rimarranno orrendamente sfigurati.
I fascisti, gli strateghi della tensione, anche se non sono riusciti a provocare l’apocalittica strage che avevano programmato, possono vantarsi di aver celebrato degnamente il quinto anniversario della loro offensiva omicida: fu infatti il 9 agosto 1969 che su sette treni scoppiarono quasi contemporaneamente altrettanti ordigni esplosivi. Di questi attentati sono oggi imputati i fascisti Freda e Ventura, gli stessi della Banca dell’Agricoltura. Da allora in Italia ci sono stati altri 400 attentati con 60 morti e centinaia di feriti. Quello perpetrato la notte di sabato sulla Firenze-Bologna è uno dei più gravi e più sanguinosi. Ci vogliono quattordici ore per riattivare parzialmente la linea. Quando i treni nel pomeriggio di domenica riprendono a circolare, passando davanti al tragico vagone rallentano procedendo quasi a passo d’uomo: i finestrini sono gremiti di gente che ha saputo, che vuol vedere. Molti occhi si riempiono di lacrime.  (…)
Mario Doplicher (Giorni – Vie Nuove 14.8.74)

Almeno stavolta nessuno parla di guasto meccanico: la parola “attentato” viene pronunciata subito dal primo ministro Mariano Rumor.

Mentre l’Italia piange un’altra strage, a dissipare i pochi dubbi sulla paternità dell’attentato, arriva un volantino firmato “Ordine nero”: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti.

L’autore del volantino viene identificato: è Italo Bono, estremista della destra extraparlamentare lontano dagli ambienti decisionali. Il suo viene interpretato come il gesto di un mitomane, tuttavia la pista nera resta aperta.

Una testimone indica come autore della strage il terrorista nero, Mario Tuti: anziché verificare la segnalazione il magistrato Mario Marsili, iscritto alla P2 e genero del maestro della Loggia deviata, Licio Gelli, scredita la testimone. La storia darà diverso peso a questa testimonianza: Aurelio Fianchini, militante di destra evaso dal carcere di Arezzo invierà alla stampa questa dichiarazione:

La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l’esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest’ultimo, Margherita Luddi.

Raggiunto dai Carabinieri che sono andati ad arrestarlo, Mario Tuti, uccide i due carabinieri Leonardo Falco e Giovanni Ciravolo e fugge. Viene arrestato latitante dalla polizia francese a Saint-Raphael, in Costa azzurra e rinviato a giudizio insieme a Luciano Franci. Nel 1991 una sentenza della Cassazione assolve Tuti e Franci. Pur scagionando – per insufficienza di prove – i due terroristi, la sentenza non solo riconosce la matrice eversiva di destra, ma anche il ruolo della Loggia massonica, Propaganda 2 di Licio Gelli, definita “responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”.

 

 

 

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