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Buon compleanno Zazà – Il 18 settembre del 1942 nasceva la divina Gabriella Ferri – Un ricordo…

 

Gabriella Ferri
Gabriella Ferri

 

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Buon compleanno Zazà – Il 18 settembre del 1942 nasceva la divina Gabriella Ferri – Un ricordo…

Nota principalmente come cantante, Gabriella Ferri era invece un’artista completa. Donna intensa, irrequieta, profondamente sensibile esprime il suo talento soprattutto nell’interpretazione di canzoni e di sketch brillanti.

Ricordarla solo per la canzone dialettale è oltremodo riduttivo. Gabriella Ferri è stata una delle rivelazioni più preziose del panorama folk italiano. Un folk contaminato e ricco, sporcato di intercalari del volgo ma caratterizzato da una raffinata ricerca musicale. Una musica “doppia”, la sua, costituita da contrasti sonori e di significato. Un andirivieni melodioso da Roma a Napoli, dai classici della tradizione ai pezzi autografi. Sì perché la Ferri fu una delle prime cantautrici italiane a firmare i propri brani.

Gabriella nasce il 18 settembre 1942 a Testaccio, rione romano celebre in passato per la presenza del grande mattatoio, dismesso nel 1975.

Non è però una qualsiasi ragazza da quartiere popolare. Diventa presto irrequieta, soprattutto a causa del rapporto col padre. Il signor Vittorio – ambulante con ambizioni artistiche – da un lato le apre le porte della musica, trasmettendole gran parte del repertorio tradizionale romano, dall’altro con i suoi modi tirannici la allontana involontariamente da casa.

Abbandonata la casa natia, lavora in un negozio nei pressi di Piazza del Popolo, dove nel 1963 conosce Luisa De Santis, figlia del regista Giuseppe, uno dei nomi di punta del neorealismo. Fra le due scatta subito una certa alchimia, Luisa ha infatti dimestichezza col repertorio popolare, che suo padre ha da sempre esplorato e utilizzato nelle proprie opere. In breve si ritrovano a cantare all’unisono brani in romanesco.

(continua dopo il testo e il video di Sempre)

Gabriella Ferri – Sempre

Ognuno è un cantastoria
Tante facce nella memoria
Tanto di tutto tanto di niente
Le parole di tanta gente.
Tanto buio tanto colore
Tanta noia tanto amore
Tante sciocchezze tante passioni
Tanto silenzio tante canzoni.

Anche tu così presente
Così solo nella mia mente
Tu che sempre mi amerai
Tu che giuri e giuro anch’io
Anche tu amore mio
Così certo e così bello.

Anche tu diventerai
Come un vecchio ritornello
Che nessuno canta più
Come un vecchio ritornello.

Anche tu così presente – sempre
Così solo nella mia mente – sempre
Tu che sempre mi amerai – sempre
Tu che giuri e giuro anch’io – sempre
Anche tu amore mio – sempre
Così certo e così bello.

Anche tu diventerai
Come un vecchio ritornello
Che nessuno canta più
Come un vecchio ritornello
Che nessuno canta più.

Ognuno è un cantastoria
Tante facce nella memoria
Tanto di tutto tanto di niente
Le parole di tanta gente.

Anche tu così presente
Così solo nella mia mente
Tu che sempre mi amerai
Tu che giuri e giuro anch’io
Anche tu amore mio
Così certo e così bello

Anche tu diventerai
Come un vecchio ritornello
Che nessuno canta più
Come un vecchio ritornello
Che nessuno canta più.

 

Un anno dopo decidono di andare a vivere a Milano, dove grazie alle conoscenze di De Santis trovano l’appoggio dei saloni intellettuali. Il colpaccio però lo mettono a segno quando Enzo Jannacci le scopre e di innamora, artisticamente, di loro. Le fa esibire all’Intra’s Derby Club dove attirano l’attenzione del discografico Walter Guertler, che le mette sotto contratto per la Jolly, e di Mike Bongiorno, che le chiama per partecipare alla trasmissione “La fiera dei sogni”, dove cantano “La società dei magnaccioni”.

È quello il primo contatto di Gabriella Ferri con il grande pubblico e la televisione.

Il sodalizio con Luisa non si scioglie senza traumi dopo alcuni anni e una manciata di singoli.

Gabriella incide quindi il suo album di debutto, Gabriella Ferri (1966). È già evidente, seppur in forma ancora rustica, il gioco di contrasti che avrebbe reso celebre l’artista: le strofe sono tese, con le corde di chitarra a trillare freneticamente, generando un’atmosfera di incertezza e sospensione, mentre i ritornelli sono liberatori e densi di passione. Questi sbalzi d’umore e timbro non sono che i primi esempi di uno stile di canto con pochi eguali nel mondo, e praticamente nessuno in Italia.  Ben sei brani su dodici sono firmati da Gabriella.

Dopo aver girato Canada e Stati Uniti nell’estate del 1966, con lo spettacolo “Folkitalia, Gabriella rientra a Roma. In questo periodo frequenta il bar Rosati, uno dei più in della città, dove conosce artisti affermati come Vittorio Gassman e Nino Manfredi, nonché un giovane Renzo Arbore, appena sbarcato nella capitale. Il futuro presentatore la fa appassionare al repertorio napoletano, che finirà con l’occupare un cospicuo spazio del suo canzoniere.

“Mi piace vestirmi da pagliaccio, da Ridolini, con la bombetta calata sugli occhi, la biacca al viso, non è tanto per umiliare il mio corpo, ma per una ribellione a tutte quelle che vogliono apparire snelle e sexy” Gabriella Ferri

Sul finire dell’anno debutta al Bagaglino, compagnia teatrale fondata l’anno prima da Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci. È tramite questa esperienza che Gabriella inizia a sviluppare il suo proverbiale piglio teatrale e clownesco.

Il 1967 è sostanzialmente un anno di buco nella sua carriera, occupato da un matrimonio pasticciato e di breve durata. Il contratto con la RCA arriva nel 1968: il primo frutto è un 45 giri, che contiene sul primo lato “È scesa ormai la sera” (brano alquanto leggerino, poco distinguibile dal pop italiano più corrivo) e sul secondo una nettamente più solida “Ti regalo gli occhi miei”. L’arrangiatore Piero Pintucci si adopera qui in una progressione orchestrale cupa e incalzante, stemperata solo nel ritornello dal coro arioso dei Cantori Moderni di Alessandroni. Le vendite ancora una volta latitano.

All’inizio del 1969 partecipa a Sanremo con “Se tu ragazzo mio”, brano che mescola rhythm and blues, folk e arrangiamenti barocchi. A suonare l’armonica a bocca da dietro le quinte è un giovanissimo Stevie Wonder, che poi sale sul palco per interpretare la sua versione del brano, in uno stentatissimo italiano.

“Il mio non è un discorso musicalmente colto: la mia è una certezza del tutto emozionale, ma io credo che un cantante debba poter cantare tutto ciò che ama davvero.” Gabriella Ferri

È un flop: il brano viene eliminato subito e non entra in alcuna classifica di vendita. Intanto però Gabriella incide “Te regalo yo mis ojos”, versione spagnola di “Ti regalo gli occhi miei”, per lanciarla sul mercato sudamericano. E, un brano passato quasi del tutto inosservato in Italia spopola, superando in pochi mesi il milione di copie vendute fra Argentina, Venezuela e Cile. È un successo enorme “Te regalo yo mis ojos” è un capolavoro (il testo in spagnolo suona nettamente più poetico rispetto alla versione originale), oltre che plausibilmente il 45 giri più venduto del 1969 da parte di un artista italiano. In quei paesi è in seguito divenuto uno standard, contando a oggi innumerevoli cover.

Si confronta anche con la canzone napoletana e con “Ciccio Formaggio” il genio di Gabriella deflagra.

Scritto in origine da Gigi Pisano e Giuseppe Cioffi, divenne il brano simbolo di Nino Taranto, che lo presentò a teatro nel 1940 e lo incise poi diverse volte nel corso degli anni. Nella sua versione “Ciccio Formaggio” era un numero comico con una musichetta birbona e un protagonista sfigato, insistentemente maltrattato dalla fidanzata e incapace di farsi valere.
Gabriella lo stravolge: il testo viene lasciato intatto, ma è l’unico elemento a rimanere fedele. Il passo da scattante è diventato lentissimo, il tono da canzonatorio è diventato disperato. Il povero Ciccio soffre terribilmente per gli abusi della sua Luisa, sensazione ulteriormente sottolineata dall’arrangiamento, che elimina l’orchestra della versione originale lasciando solo chitarra e un lamento di violino, dal finale quasi dissonante.

Non è facile per un cantante non napoletano confrontarsi con questo repertorio e uscirne a testa alta, ma Gabriella riesce anche in questa impresa. La pronuncia non è sempre perfetta, ma la personalità, la teatralità e la passione sono tali che la città del Vesuvio di lì a breve si identificherà con trasporto nelle opere della cantante, e con Napoli il resto d’Italia.

Affronta pezzi importanti cercando di evitarne una visione scolastica. “Come facette mammeta” è resa ancora più sbarazzina da estemporanei commenti parlati inseriti fra i versi classici. Se da “Reginella” a “Marechiare”, molti brani in scaletta sono talmente celebri da trascendere l’interprete e non ne esiste di fatto una versione particolarmente più famosa di altre, c’è un titolo che Gabriella è riuscita nel miracolo di rendere suo. Si tratta ovviamente di “Dove sta Zazà”.

La storia racconta di un uomo di nome Isaia, che smarrisce la fidanzata Zazà nella calca della festa di San Gennaro, e non è più in grado di ritrovarla. L’anno successivo durante la stessa festa decide di rifarsi seducendo la sorella di Zazà. Se la versione che rese il brano popolare, incisa da Nino Taranto nel 1946, era particolarmente veloce e di stampo comico, Gabriella la muta in un’altalena di emozioni. Inizia lenta e straziante, poi si frantuma in una serie di scatti e stop improvvisi, mentre la voce sembra sfiorare il pianto e un secondo dopo esplode sporca come il catrame. Lo stesso Raffaele Cutolo, autore della canzone, la certificherà come miglior versione mai ascoltata.

Nell’estate del 1973 il Bagaglino per la prima volta ottiene un programma in Rai. Si intitola “Dove sta Zazà” e va in onda il sabato. Lo spettacolo, diretto dallo storico regista Antonello Falqui, vede Gabriella Ferri come figura centrale, in veste di presentatrice e cantante, con il sostegno degli sketch comici di Pippo Franco, Enrico Montesano, Oreste Lionello e Pino Caruso, nonché ospiti doc come la Nuova Compagnia di Canto Popolare e Claudio Villa (con cui Gabriella si cimenta in una esilarante la sfida a suon di stornelli).

Ormai è il successo assoluto.

L’11 settembre 1973 il generale Augusto Pinochet prende il potere in Cile e mette il bavaglio a tutte le manifestazioni culturali del paese. Cinque giorni dopo il cantautore Víctor Jara viene orrendamente trucidato, insieme a molti altri dissidenti. Gli Inti Illimani, uno dei collettivi più rinomati di quella scena, si rifugiano in Italia, dove incontreranno un periodo di notevole popolarità. In questo riacceso interesse pubblico per le vicende dell’America latina, Gabriella trova probabilmente la convinzione per affrontare il repertorio popolare di quei luoghi. Gli dedica così il primo lato del nuovo album, “Remedios”.
“La paloma”, habanera composta dall’autore spagnolo Sebastián Iradier nel 1860, durante la sua residenza a Cuba, è tranquillamente una delle migliori fra le centinaia di versioni esistenti, con il suono dimesso dell’armonica a bocca a fare da contrappunto nel ritornello e il tappeto d’orchestra nel finale.

Nel 1975. Gabriella è di nuovo in televisione per uno show del Bagaglino, intitolato “Mazzabubù”.

Gli ascolti del programma sono elevati e l’album che porta lo stesso nome riporta vendite soddisfacenti. Sembrerebbe in sostanza andare tutto a gonfie vele, ma proprio quell’anno muore il padre. Gabriella non regge al dolore e cade in depressione. Si vocifera di un tentativo fallito di suicidio, per certo ci furono due date sold out al Sistina annullate perché l’artista non si sentiva abbastanza in forze da affrontare il palco.

Nel dicembre 1977 torna in TV, col programma “…E adesso andiamo a incominciare”, ma l’album che ne viene tratto non ottiene successo. Gabriella a questo punto un periodo di pausa e solo nel 1981 pubblica l’album Gabriella, firmato per buona parte da Paolo Conte. Alla cantante però poco si addice lo stile un po’ frigido del cantautore astigiano.

Trasferitasi negli Stati Uniti, torna nel 1987, quando esce Nostargia. Il singolo di lancio, “Er Zelletta”, è un tenero racconto sulla perdita della verginità, ma suona un po’ fuori tempo massimo, come tutto il resto del disco. Tornerà con un paio di lavori trascurabili soltanto a fine anni Novanta, e in televisione solo per qualche sporadica comparsa (da ricordare una bella intervista con Gianni Minà nel 1997). L’atto finale è purtroppo ben noto.

Tutto quello che ci rimane è il suo ricordo: talento, passione, originalità, conoscenza delle proprie radici, contaminazione e autentico anticonformismo, totalmente esente da qualsivoglia posa chic.

Gabriella Ferri – Dove sta Zazà

 

 

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